me lo tatuo ovunque. lo vedrete in giro e penserete al Rifugiato.

Don Juan dice ( Carlos Castaneda (25 dicembre 1925 – 27 aprile 1998)

Un uomo va alla conoscenza come va alla guerra: vigile, con timore, con rispetto e con assoluta sicurezza. Quando un uomo ha soddisfatto questi quattro requisiti: essere perfettamente vigile, provare timore, rispetto e un’assoluta sicurezza, non dovrà rendere conto di nessun errore.

Quando è in questa condizione, le sue azioni perdono la fallibilità di uno stupido. Se l’uomo sbaglia o subisce una sconfitta avrà perso soltanto una battaglia, e non dovrà pentirsene amaramente. Il Guerriero combatte per la sua trasformazione, contro nemici che sono dentro di sé e non all’esterno, affronta se stesso, i propri demoni, le proprie debolezze.

Gli strumenti che può utilizzare in questa Via sono numerosi, uno dei quali viene definito dagli sciamani toltechi Arte dell’Agguato, che punta a sviluppare un’impeccabile padronanza del proprio comportamento e ad accumulare potere personale.Potremmo definire l’Arte dell’Agguato come il controllo strategico della condotta del Guerriero. Egli non si allontana minimamente dal normale contesto sociale, anzi, vi si immerge, osservando spietatamente se stesso senza concedersi indulgenze o lasciarsi andare ad emozioni negative (vittimismo, autocommiserazione, ecc.). L’osservazione diventa l’arma più efficace per muoversi nel quotidiano: ecco che non è più il pensiero a dirigere il gioco, e l’osservazione non lascia più spazio al dialogo interiore e quindi alla critica e al giudizio.Il campo di battaglia è pertanto il mondo quotidiano in cui vive e compie ogni azione, dove ogni interazione con gli altri diventa un’occasione per tendersi agguati. Ognuno di noi, ricoprendo ruoli e indossando maschere, tende a mentire a se stesso senza rendersene conto e quindi, di fatto, non si conosce.

L’agguato è un’azione cosciente volta a verificare, con la constatazione dei fatti, il proprio reale comportamento in una situazione di difficoltà. Ad esempio gli sciamani toltechi suggerivano di cercarsi un pinche tirano, ovvero un provocatore, in grado di attivare proprio quei meccanismi e comportamenti che il Guerriero, quello vero, desidera affrontare. L’Arte dell’Agguato, come tutte le strategie, per essere efficace richiede un intento inflessibile e disciplina. Il Guerriero fa di se stesso la preda cui tendere l’agguato e lo fa spietatamente, con astuzia, pazienza e gentilezza, come suggerivano gli antichi sciamani Toltechi.

La spietatezza è essenziale per non indulgere in forme di autogiustificazione delle nostre debolezze e incapacità, ma non è autoflagellazione: il Guerriero deve infatti evitare di essere inutilmente crudele con se stesso o adottare atteggiamenti moralistici di auto-accusa. La crudeltà infatti, oltre a far perdere molta energia, rischia di alimentare proprio l’avversario interiore che si sta cercando di combattere.La pazienza è fondamentale per saper attendere quando non è possibile procedere velocemente come si vorrebbe. L’agguato comporta spesso delle lunghe attese e occorre saperle gestire. È però importante non confondere la pazienza con la negligenza, con il rimandare, con il prendersi più tempo. Non ha importanza quante volte cadiamo: conta solo la volontà nel rialzarsi tendendo inflessibilmente all’impeccabilità perché è proprio quello il momento in cui accumuliamo potere personale.L’astuzia è necessaria per avere l’abilità di cogliere il momento opportuno per tendersi un agguato. Essere astuti non significa essere furbi o maliziosi, ma solo attenti proprio come un guerriero che tende un agguato e sa come e quando agire, evitando di cercare quelle scorciatoie che lo porterebbero a fallire, nel perseguimento del proprio intento.Infine, non ultima per importanza, c’è la gentilezza. Il Guerriero è una persona votata al sentimento in quanto ha scelto una “Via con un cuore” come la definivano gli sciamani toltechi. Tale sentimento si esprime con la gentilezza, verso gli altri e verso se stesso, un’attitudine fondamentale da non confondere tuttavia con la stupidità e la debolezza. La gentilezza del Guerriero nasce dal cuore ed è sostenuta dalla sua impeccabilità e dalla sua forza. Tendere agguati a se stessi richiede “osservazione”, da non confondere con il giudizio e la critica. Passiamo il tempo immersi in pensieri negativi sugli altri e su noi stessi e pensiamo che questa sia osservazione. Il Guerriero agisce partendo da ciò che osserva e non da ciò che pensa, non lascia spazio al dialogo interiore che alimenta l’ego, e questo gli consente di vedere la realtà circostante per quella che è veramente piuttosto che come l’ha immaginata e costruita.

Affrontare questa nuova visione della realtà equivale alla sensazione di trovarsi su un ponte di corda sospeso su un profondo abisso, dove la sensazione di precarietà e le paure più profonde sembrano ostacoli insormontabili. Si è oramai lasciata la vecchia visione della realtà, certamente illusoria e piena di sofferenza, ma conosciuta e stabile, mentre non si è ancora raggiunta una nuova condizione di fermezza. Il guerriero lungo la Via si tende agguati per osservarsi e conoscersi e lasciare quanto prima le incertezze del ponte di corda. Lo sostiene la meraviglia e lo stupore per ciò che scopre oscillando sull’abisso.

La pazienza è sinonimo di forza. Mia nonna, me lo diceva sempre. 😉

(Dal web associazione Per-Ankh)