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Qui e allora?

Antropologo in una epoca di passaggio. È vero che non sei responsabile di quello che sei, ma sei responsabile di quello che fai di ciò che sei. Sto facendo del mio meglio per essere all’altezza di me stesso. Nessuno può farlo per me.Sto facendo del mio meglio per essere all’altezza di me stesso. Nessuno può farlo per me.

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semplice, non facile

L’amore non è una forza uguale e contraria per cui chi riceve è spinto a dare in egual misura, è un prestito spesso con l’interesse passivo o semplicemente una scommessa, come fa il contadino quando getta il seme nella terra

ogni esperienza ha il suo perchè

Perdita di esperienza

Quasi cent’anni fa Walter Benjamin denunciava una nuova barbarie del suo tempo: la perdita di esperienza. Anche oggi, divorati dalla complessità del presente, gli esseri umani anelano a un ambiente confortevole, in cui lasciarsi attraversare da flussi d’informazione e poter delegare ad agenti esterni tutto ciò che ha a che vedere con la loro felicità, per nutrirsi di certezze semplici e fugaci. L’esperienza ha invece in sé qualcosa di violento, di pericoloso, attraverso il quale è necessario spingersi per arrivare a vivere-con i diversi mondi che ci attraversano – per poter pensare. Nell’epoca in cui i soggetti sono divenuti profili, prodotto interpassivo dei dispositivi di potere e delle tecniche esercitate dal governo degli algoritmi, sentiamo allora la necessità di tornare a vivere i nostri pensieri e le nostre sensazioni, di accedere a strutture di azione capaci di recuperare una certa pratica del reale: di dare senso all’esperienza vissuta.
È forse così che possiamo rileggere, nella contemporaneità, l’imperativo volto ad “aver cura di se stessi” della filosofia greca antica: come la necessità di una costante terapeutica delle soggettività e degli stili di vita, un’etica e una poiesis dell’esistenza ben lontana dalle derive individualistiche, ma anche dal narcisismo estetizzante o dalla contemplazione snobistica del disastro. Libertà è allora innanzitutto una pratica, un costante impegno nel confronto e nella cura di sé e degli altri, per costruire una salute integrale, dell’esistenza e del pensiero.
                                                                                                                         

grazie @ Sara Baranzoni

Azione ?

prendete distanza da chi riempe la tua attenzione senza chiedere permesso.

ascoltate musica andata a cercarla negli occhi delle persone che la costruiscono vivendola.

Jung

https://www.jungitalia.it/2016/07/22/lillusione-di-cambiare-il-mondo-con-la-politica-jung/?fbclid=IwAR24Vts1YZ4W3w7c-mNGlJ27F2QSvTcKnfMTe9JatfakYvLuJFWsRL9tDsU

Alberto G

Porta pazienza

me lo tatuo ovunque. lo vedrete in giro e penserete al Rifugiato.

Don Juan dice ( Carlos Castaneda (25 dicembre 1925 – 27 aprile 1998)

Un uomo va alla conoscenza come va alla guerra: vigile, con timore, con rispetto e con assoluta sicurezza. Quando un uomo ha soddisfatto questi quattro requisiti: essere perfettamente vigile, provare timore, rispetto e un’assoluta sicurezza, non dovrà rendere conto di nessun errore.

Quando è in questa condizione, le sue azioni perdono la fallibilità di uno stupido. Se l’uomo sbaglia o subisce una sconfitta avrà perso soltanto una battaglia, e non dovrà pentirsene amaramente. Il Guerriero combatte per la sua trasformazione, contro nemici che sono dentro di sé e non all’esterno, affronta se stesso, i propri demoni, le proprie debolezze.

Gli strumenti che può utilizzare in questa Via sono numerosi, uno dei quali viene definito dagli sciamani toltechi Arte dell’Agguato, che punta a sviluppare un’impeccabile padronanza del proprio comportamento e ad accumulare potere personale.Potremmo definire l’Arte dell’Agguato come il controllo strategico della condotta del Guerriero. Egli non si allontana minimamente dal normale contesto sociale, anzi, vi si immerge, osservando spietatamente se stesso senza concedersi indulgenze o lasciarsi andare ad emozioni negative (vittimismo, autocommiserazione, ecc.). L’osservazione diventa l’arma più efficace per muoversi nel quotidiano: ecco che non è più il pensiero a dirigere il gioco, e l’osservazione non lascia più spazio al dialogo interiore e quindi alla critica e al giudizio.Il campo di battaglia è pertanto il mondo quotidiano in cui vive e compie ogni azione, dove ogni interazione con gli altri diventa un’occasione per tendersi agguati. Ognuno di noi, ricoprendo ruoli e indossando maschere, tende a mentire a se stesso senza rendersene conto e quindi, di fatto, non si conosce.

L’agguato è un’azione cosciente volta a verificare, con la constatazione dei fatti, il proprio reale comportamento in una situazione di difficoltà. Ad esempio gli sciamani toltechi suggerivano di cercarsi un pinche tirano, ovvero un provocatore, in grado di attivare proprio quei meccanismi e comportamenti che il Guerriero, quello vero, desidera affrontare. L’Arte dell’Agguato, come tutte le strategie, per essere efficace richiede un intento inflessibile e disciplina. Il Guerriero fa di se stesso la preda cui tendere l’agguato e lo fa spietatamente, con astuzia, pazienza e gentilezza, come suggerivano gli antichi sciamani Toltechi.

La spietatezza è essenziale per non indulgere in forme di autogiustificazione delle nostre debolezze e incapacità, ma non è autoflagellazione: il Guerriero deve infatti evitare di essere inutilmente crudele con se stesso o adottare atteggiamenti moralistici di auto-accusa. La crudeltà infatti, oltre a far perdere molta energia, rischia di alimentare proprio l’avversario interiore che si sta cercando di combattere.La pazienza è fondamentale per saper attendere quando non è possibile procedere velocemente come si vorrebbe. L’agguato comporta spesso delle lunghe attese e occorre saperle gestire. È però importante non confondere la pazienza con la negligenza, con il rimandare, con il prendersi più tempo. Non ha importanza quante volte cadiamo: conta solo la volontà nel rialzarsi tendendo inflessibilmente all’impeccabilità perché è proprio quello il momento in cui accumuliamo potere personale.L’astuzia è necessaria per avere l’abilità di cogliere il momento opportuno per tendersi un agguato. Essere astuti non significa essere furbi o maliziosi, ma solo attenti proprio come un guerriero che tende un agguato e sa come e quando agire, evitando di cercare quelle scorciatoie che lo porterebbero a fallire, nel perseguimento del proprio intento.Infine, non ultima per importanza, c’è la gentilezza. Il Guerriero è una persona votata al sentimento in quanto ha scelto una “Via con un cuore” come la definivano gli sciamani toltechi. Tale sentimento si esprime con la gentilezza, verso gli altri e verso se stesso, un’attitudine fondamentale da non confondere tuttavia con la stupidità e la debolezza. La gentilezza del Guerriero nasce dal cuore ed è sostenuta dalla sua impeccabilità e dalla sua forza. Tendere agguati a se stessi richiede “osservazione”, da non confondere con il giudizio e la critica. Passiamo il tempo immersi in pensieri negativi sugli altri e su noi stessi e pensiamo che questa sia osservazione. Il Guerriero agisce partendo da ciò che osserva e non da ciò che pensa, non lascia spazio al dialogo interiore che alimenta l’ego, e questo gli consente di vedere la realtà circostante per quella che è veramente piuttosto che come l’ha immaginata e costruita.

Affrontare questa nuova visione della realtà equivale alla sensazione di trovarsi su un ponte di corda sospeso su un profondo abisso, dove la sensazione di precarietà e le paure più profonde sembrano ostacoli insormontabili. Si è oramai lasciata la vecchia visione della realtà, certamente illusoria e piena di sofferenza, ma conosciuta e stabile, mentre non si è ancora raggiunta una nuova condizione di fermezza. Il guerriero lungo la Via si tende agguati per osservarsi e conoscersi e lasciare quanto prima le incertezze del ponte di corda. Lo sostiene la meraviglia e lo stupore per ciò che scopre oscillando sull’abisso.

La pazienza è sinonimo di forza. Mia nonna, me lo diceva sempre. 😉

(Dal web associazione Per-Ankh)

Vaccino

– Hai fatto il vaccino?
– Sì
– Hai letto bene il foglio illustrativo?
– No
– Hai letto bene il consenso informato?
– No
– Sai cos’è l’effetto/fenomeno A.D.E. (Antibody-dependent Enhancemen)? – No
– Sai cos’è la proteina Spike?
– No
– Conosci gli effetti a medio-lungo termine?
– No
– Conosci e/o ti è stato spiegato bene il rapporto rischi/benefici in funzione della tua età e della tua condizione di salute? – No
– Sai che il vaccino è un farmaco sperimentale in Fase 3?
– No
– Sai che l’approvazione del vaccino è avvenuta in via del tutto condizionata o emergenziale (a seconda dei Paesi e delle normative) e che quindi non ha seguito il normale iter di approvazione? – No
Però poi l’ignorante è quello che definiscono novax (che quasi sempre novax non è)

Alberto G

Odio

Fermarsi attorno alle poesie è un gesto importante . Loro sono lì per questo .

Farti perdere, tenendoti li, in bilico sempre tra il cielo e la terra .

E come la musica che può catturarti all’inizio , pensa ai riff , o alla fine per non mollarti . Queste le mie preferite .

Qui un esempio perfetto

L’ODIO

Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce, ma lo rafforza.

Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via.
Patria o no –
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
giunta prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:
sa creare bellezza.
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.

È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio,
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro.
– lui solo.

Wislawa Szymborska, da “La fine e l’inizio” (1993)

siamo chi incontriamo

la foto è una provocazione. LA relazione ha bisogno di spazi. interiori ma non solo. Non si riempe se si è già troppo “occupati”.

SIAMO IL FRUTTO DELLA RELAZIONE

«La costruzione dell’io di ognuno non è opera esclusivamente propria, ma è il risultato delle relazioni avute nel passato: un certo tipo di padre e di madre, l’essere cresciuto in un ambiente e non in un altro, l’avere avuto quel vicino, quella compagna di banco, quell’amico, quel prete, quell’insegnante di musica, quella professoressa di matematica… E continua a essere il risultato delle relazioni coltivate nel presente con questi amici e non con altri, con questa città o con questa montagna, con questi libri, con questa musica, con questo compagno o compagna di vita. Il nostro io è il risultato delle relazioni avute nel passato e di quelle coltivate nel presente. Ognuno di noi, anche adesso, è il risultato delle sue relazioni. Siamo fame e sete di relazioni, ma prima ancora siamo conseguenza delle relazioni. Lo saremo fino alla fine dei nostri giorni, e beato, mi permetto di osservare, chi di noi in quel momento potrà chiudere gli occhi circondato dall’amore dei suoi cari.

vito mancuso. lo scrive proprio bene

Fine Ghadi Biya Khouya (Où M’emmènes-Tu Mon Frère ?) – Nass El Ghiwane

L’ho trovato con Shazam, senti un po’…
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Fine Ghadi Biya Khouya (Où M’emmènes-Tu Mon Frère ?)
Nass El Ghiwane
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iPhone Alberto

Spirito e virus

Vito Mancuso

«Il virus attacca i polmoni, ricordandoci quanto dipendiamo dal respiro. In greco, in latino, in ebraico, in sanscrito, nella lingua indù, la parola spirito significa proprio respiro, aria che si muove, vento. Perché tutte queste lingue, tra la tantissime parole che avevano a disposizione, sono andate a prendere proprio questa per nominare quella parte dell’essere umano che noi chiamiamo anima spirituale? Suppongo perché l’aria è la cosa più imprendibile che ci sia. Non si vede, non si sa da dove viene né dove va. È imprevedibile e inclassificabile. Con questo voglio affermare che la spiritualità non è andare in Chiesa: è qualcosa che riguarda tutti gli esseri umani che vogliono essere liberi, ovvero tutti quelli che si pongono il problema di gestire le “raffiche di vento” che hanno dentro. Non di eliminarle, né di rimuoverle, perché è questo caos che ci distingue da tutti gli altri esseri viventi, e ci rende umani.» #VitoMancuso #Coronavirus

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Disobbedienze: culture digitali e tecnologia

Antropologo in una epoca di passaggio. È vero che non sei responsabile di quello che sei, ma sei responsabile di quello che fai di ciò che sei. Sto facendo del mio meglio per essere all’altezza di me stesso. Nessuno può farlo per me.Sto facendo del mio meglio per essere all’altezza di me stesso. Nessuno può farlo per me.

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